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La cura del tempo e il ricordo di vivere

…” vediamo cosa ci riserva questa sera che è cominciata con un desiderio di vivere le cose che verranno, connessi col respiro e senza troppo affanno, prendendo esempio da quelli che sanno, da quelli che non parlano, ma fanno ...
Muovermi è un buon metodo per stare in equilibrio sopra a un filo, ridefinirmi un po' come fa il cielo sulla testa mia, le regole dell'anarchia, e quel momento magico dopo i preparativi in cui la barca prende il mare e ci si sente vivi con solo l'orizzonte come limite: ricordati di vivere”...


Perché ho scelto questo brano di Jovanotti?

Credo di averlo rivalutato e vissuto in maniera diversa nel momento in cui al concetto di gestione del tempo ho pian piano legato quello di cura del tempo. Pensaci un po’: con estrema semplicità, armonia, vitalità e un pizzico di romanticismo, qui colgo una vera e propria dichiarazione d’amore per la vita, un inno a viverla in maniera intensa, piena, con intenzione e presenza, un invito a morderla, a godere di ogni momento della propria esistenza, senza rimandare a data da destinarsi.

In questo brano che si presenta come una sorta di vademecum, si coglie l’essenza del vivere in connessione con il proprio respiro, cercando quanto più possibile di non affannarsi, tirando fuori il coraggio di salpare nel mare aperto e di assaporare quello stato di libertà che ci fa sentire in contatto forte con la vita, e che ha come unico limite la propria mente, l’orizzonte. Quello stato in cui cogli la sfida nonostante la paura o la confusione o l’insicurezza, con l’idea che sarebbe tutto sprecato se il tempo venisse visto solo come mero contenitore da riempire, senza quindi alcun filtro, senza alcun nesso logico, senza alcuno scopo vero e compreso e maturato.

  • E come si fa a cogliere i momenti che vale la pena di vivere se si resta in uno stato di stand-by emotivo, cognitivo ed evolutivo?

  • Come si fa a prendersi cura del tempo senza sperimentare, senza spostarsi, senza ascoltare il cambiamento di cui abbiamo bisogno (non per forza traumatico, non per forza capace di sbilanciare ogni equilibrio)?

  • Come si fa a prendersi cura del tempo in mezzo a tutta una serie di dinamiche che abbiamo scelto, ad altre che ci sono state imposte, alle attività da completare, alle scadenze da rispettare, alle routine?

Probabilmente mettendosi in ascolto, soprattutto delle proprie esigenze, delle proprie energie, di tutto ciò che riteniamo davvero prioritario, di ciò che è urgente, di ciò che è legato a un qualcosa che parte da noi e non solo da chi abbiamo intorno, puntando a muovere il primo passo, anche in mezzo al deserto … senza avere fretta, un passo alla volta, ma senza fermarsi!

La me di qualche anno fa aveva inteso diversamente il significato di questa canzone e in generale del tempo: raccoglievo momenti ed esperienze (sia personali sia professionali) puntando a riempire quanto più possibile il mio tempo. Volevo gestirlo quasi totalmente, come se ne avessi una proprietà totale, come se potessi controllarne ogni dinamica, come se fosse una missione.

Si trattava in realtà di una spinta che ricevevo dal sistema in cui mi trovavo: dovevo necessariamente non perdere tempo!

A scuola e in università questo si rifletteva nell'ottimizzare ogni momento, nell'essere sempre produttiva, nella ricerca del voto più alto organizzando le giornate in modo da riempire il mio tempo in maniera efficiente ed efficace. Conoscevo già inconsapevolmente il valore delle levatacce mattutine, ma non conoscevo bene le mie priorità, e questo si traduceva in altrettante nanne tardi, in momenti in cui letteralmente cadevo come morta in un sonno profondo tra un libro e l’altro (anche se non accadeva spesso, e di certo l'età mi aiutava a sostenere quei ritmi).

E in quei momenti, invece di cogliere l’importanza del riposo e della ricarica di energia, io notavo solo il problema di non aver aderito al mio programma, di aver perso tempo, di non aver rispettato i tempi da macchina da guerra che mi ero auto imposta per paura di non essere o fare il massimo, di non aver dato abbastanza. Per lo stesso motivo limitavo le uscite, il tempo con amiche e amici.

A lavoro valeva lo stesso concetto: non importava quanto io fossi stanca, quanto io fossi oberata, quale fase della mia vita stessi vivendo, dovevo dare il massimo, più del mio massimo, dovevo puntare alla massima resa e in tutto questo pretendevo a volte che anche le persone che avevo intorno ragionassero e lavorassero così.


Ero una brutta persona o lo sono le persone che si muovono così? Non necessariamente!


“Sei bravissima, lavori come un mulo”!

Questa era la mia etichetta, e ne andavo fiere.

Lavoravo sodo, senza distrazioni, sovraccaricando le mie ore di impegni e di responsabilità, non badavo a spese in questo e non badavo a pause. Lavoravo tanto, troppo, e non chiedevo aiuto se non espressamente invitata a farlo. Mi dicevo “ce la faccio, ce la devo fare, sei capace, è una questione di principio, non sarei io diversamente”.

Così spesso saltavo la pausa pranzo (e non per diete strane o perché non ne avessi voglia) o pranzavo davanti al pc per ridurre volontariamente la qualità di quel tempo e tornare a lavoro il prima possibile. Uscivo tardi.

Sapevo gestire il mio tempo sulla carta. Non avevo distrazioni, delegavo quando possibile, davo e mi davo dei tempi e delle scadenze rispettandoli alla perfezione, facevo pause in teoria (anche se davvero ridotte). Stavo letteralmente perdendo la testa però. Quel però che fa tutta la differenza del mondo, che fa pensare a quanto fosse pericoloso non fermarsi mai, tirare la corda continuamente e sempre con maggior forza.

In realtà qualche anno in più, due incidenti che mi hanno spaventata e probabilmente traumatizzata un bel po’, delusioni, momenti in cui mi sono sentita inadatta e sbagliata rispetto al tempo, alla situazione e alle persone, la maternità, la pandemia e il contrasto forte tra la velocità alla quale mi ero abituata a viaggiare e la lentezza con cui avevo necessità di andare avanti per cogliere dettagli e significati, mi hanno pian piano convinta di altro.

La maternità mi ha portata a rallentare, per poi fermarmi del tutto, ad avere poi movimenti più lenti rispetto alla velocità classica del mio passo (in pratica io “corro” pur passeggiando, e vi assicuro che sono bassa abbastanza da dover fare davvero molti passi per andar veloce). L’aver presentato le dimissioni mi ha portata a staccare dal modo tossico di lavorare in cui mi ero chiusa, sempre con l’acqua alla gola, sempre in costante ansia da prestazione.


Ma rallentare e fermarsi sono due concetti che fanno quasi a pugni col tempo.

Chi si ferma è perduto, dicono. Chi dorme non piglia pesci.


E così io ho invece pian piano sperimentato e maturato altro, ovvero che perdere tempo magari scegliendo con cura le attività, i momenti, il lavoro, il ritmo, le persone, equivalga a prendere tempo, a viverlo con qualità, con impegno vero, a fare spazio alle cose importanti, a riconnettersi.

In un mondo che dà importanza alla massima resa, alla massima produttività, all’incastro perfetto di ogni attività al momento giusto, al risparmiare tempo non per guadagnare tempo per sé ma per fare di più, prendersi cura del proprio tempo equivale a non avere obbligatoriamente occupate tutte le caselle, a non omologarsi a gente costretta ogni giorno a fare le stesse cose e negli stessi tempi, a non servire necessariamente sempre e solo gli interessi del profitto e del mercato, a non puntare solo a sbrigare in maniera immediata qualcosa per cominciarne un’altra o altre cento.


Prendersi cura del mio tempo ha quindi avuto come conseguenza il portare avanti attività non monetizzabili, ma che mi permettessero di vivere una gioia autentica, la scelta di non riempire ogni slot con call o puro lavoro così da poter dedicare tempo alla lettura, alla scrittura, alla conoscenza di altre persone, alla musica, ai viaggi, alle passeggiate o alle riflessioni, ad approfondire le mie domande, agli affetti, a dialogare, a vivere!

Prendersi cura del mio tempo ha quindi significato scegliere freelance e aziende con cui lavorare nell’ottica di condividere un modo di stare nel proprio tempo, nella propria vita e nel proprio lavoro, senza affanni costanti (se non in presenza di eccezioni), a organizzare il lavoro sulla base del funzionamento della mia persona e delle persone con cui collaboro, a scegliere di svegliarmi e di andare a dormire quando ne sento l’esigenza vera, a capire l’importanza di una pausa e soprattutto del modo in cui la si vive.

Prendersi cura del mio tempo ha quindi significato sempre più lavorare non solo su me stessa ma su una sorta di voglia di condividere quanto appreso, affinché attraverso agli esercizi di gestione del tempo si affiancasse un concetto che coglie l’essenza del tempo stesso, della vita che non torna e dell’esigenza di far quadrare i conti nell’ottica di trovare il modo di far funzionare le ore, gli impegni e le emozioni nel modo che più ci rispecchia.


Proprio in questo senso del testo ritrovo un grande collegamento con la cura del tempo: ricordati di vivere nel modo e al ritmo che ti rappresenta di più.

Se anche ti restasse solo un attimo: Ricordati di vivere
Se dentro al cuore avessi solo un battito: Ricordati di vivere


Letizia 🌹


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